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Il successo di Jeeg Robot: intervista a Gabriele Mainetti

Abbiamo incontrato Gabriele Mainetti in un soleggiato pomeriggio di maggio romano, ci ha raccontato qualcosa di Jeeg Robot, del successo inaspettato, della sua idea di cinema e dell’esperienza cogli Stati Uniti.

Il suo film e soprattutto il titolo, richiamano alla mente il perfetto connubio tra le anime giapponesi e il western: Lo chiamavano Trinità e Jeeg Robot d’acciaio. Di recente Spielberg ha paragonato il genere cinecomic – esploso in questi ultimi anni – al successo del western nel suo periodo d’oro. È d’accordo con questo parallelismo? Pensa che tutto il lavoro di marketing e di rifinitura del genere siano solo una moda che finirà presto?

“Credo che tutto ciò che ha successo nel contemporaneo è perché parla del contemporaneo. Se non si riuscisse più ad adattarsi al cambiamento, e ad interpretare il contemporaneo, non si riuscirebbe più a portare le persone in sala. Non si ha un violento rifiuto per un genere solo perché non è più di moda o viceversa. Se si riesce a narrare la contemporaneità attraverso un genere ben venga!”

Jeeg Robot porta nel cinema italiano una ventata di freschezza. È stato un lavoro durato anni ma i riconoscimenti sono poi arrivati, come è stato trionfare ai David?

“Io dico sempre una cosa: le cose si fanno affinché vengano viste. Quando abbiamo fatto Jeeg Robot l’abbiamo fatto con l’intento di portare più persone possibili nelle sale. Sono felice di questo successo, e sono sorpreso dell’accoglienza da parte dei colleghi. Non me lo aspettavo, ero convinto di aver fatto un film identificabile come puro cinema di genere, ma non era così: abbiamo raccontato la storia di un uomo.”

È stato un problema trovare i finanziamenti?

“No, il percorso produttivo è quello, ci sono film che soffrono molto di più. Quello su cui io faccio polemica è la risposta quasi assoluta da parte dei produttori: “Questo cinema non si può fare”. Non può un produttore permettersi di sentenziare in questo modo e di distruggere un orizzonte creativo ad un giovane regista. Il produttore ha il ruolo più importante nel cinema; negli Stati Uniti il produttore è quello che ha la visione di insieme ed il coraggio di realizzare il prodotto, qui in Italia invece si limitano a dirti che il film non si può fare perché non ci sono i mezzi. Trovo ridicolo il fatto che io mi sia dovuto produrre da solo, di non avere avuto l’appoggio di qualcuno e di aver dovuto risolvere da solo tutti i miei dubbi. Mi e mancato un produttore che mi desse forza.”

Sembra quasi che in Italia si abbia paura di produrre “la novità”. Ci si sofferma sempre su i soliti generi, sembra che il cinema nostrano produca solo cine-panettoni, film di Natale, comicità spiccia con la certezza di attirare le persone in sala. È così? Perché la gente va a vedere il cinecomic se è prodotto da Hollywood e non e incuriosito se prodotto in Italia?

“Io credo che il pubblico italiano sia molto legato alla commedia. Ce l’abbiamo nel sangue. Noi veniamo dalla commedia dell’arte che ha una tendenza a mettere in scena delle storie dove i personaggi hanno un carattere principalmente bidimensionale; pensare di produrre qualche cosa di diverso per noi è strano. Quel livello di divertimento lì, quello dei film di Natale, è considerato il top. È importante fare un’analisi di questo tipo. Se Zalone incassa quasi 70 milioni di euro, è perché è il suo di film che fa muovere tutta l’Italia per andare nelle sale.

Questo significa che il prodotto italiano ancora funziona, quello che mi dispiace è quando il prodotto italiano non è esportabile, come se l’Italia fosse chiusa in se stessa. Quando fai un film che riesci ad esportare in tutto il Mondo significa che stai raccontando qualcosa che è comprensibile a tutti.”

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Author: ninja
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